Il vero potenziale del recupero alimentare nella grande distribuzione🌍🥖

Immaginate un grande supermercato alle otto di sera. Gli scaffali dei freschi sono ancora pieni, la frutta ben allineata, i prodotti da forno appena sfornati. All’orario di chiusura, però, parte di quella merce non sarà venduta. Pane, latte, verdura, yogurt, piatti pronti: alimenti perfettamente commestibili rischiano di diventare rifiuto, con costi ambientali, sociali ed economici elevatissimi. Eppure esiste un’alternativa concreta, già operativa, che in un anno ha permesso di recuperare oltre 48mila tonnellate di cibo nella sola grande distribuzione organizzata, generando un valore di 229 milioni di euro. La fotografia, scattata da una ricerca del Food Sustainability Lab della School of Management del Politecnico di Milano e della Fondazione per la Sussidiarietà, racconta una storia fatta di numeri importanti, ma anche di potenziale inespresso: oggi solo circa la metà delle imprese della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) dona le proprie eccedenze alimentari. Che cosa frena l’altra metà? E, soprattutto, cosa possiamo imparare da chi ha già trasformato la donazione in un pilastro della propria identità imprenditoriale?

In questo articolo, con lo sguardo di chi studia la sostenibilità da oltre vent’anni, voglio guidarvi dentro i dati, le dinamiche aziendali e le soluzioni pratiche che possono fare dello scarto una risorsa. Perché la lotta allo spreco alimentare non è un atto di carità, ma un ingranaggio essenziale dell’economia circolare, capace di ridurre le emissioni, sostenere le fasce più fragili della popolazione e migliorare i conti delle imprese.

📊 Un problema grande quanto il Pianeta – e una risposta che parte dalla GDO

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, a livello globale circa un terzo del cibo prodotto viene perso o sprecato, con un impatto in termini di emissioni di gas serra stimato tra l’8 e il 10% del totale. Ogni tonnellata di cibo gettata porta con sé il consumo inutile di acqua, suolo, energia e lavoro umano. Dentro questo scenario, la grande distribuzione rappresenta un nodo cruciale: nei suoi magazzini e punti vendita si concentrano volumi enormi di derrate, e le eccedenze si generano per ragioni strutturali – ordini in eccesso, prossimità della data di scadenza, lievi difetti estetici, cambiamenti nella domanda.

In Italia, il tema ha trovato una sponda normativa importante con la Legge 166 del 2016, nota come Legge Gadda, che ha semplificato le procedure per donare le eccedenze alimentari e ha esteso le agevolazioni fiscali, equiparando la donazione alla distruzione ai fini IVA e riducendo i costi amministrativi. Da allora, il recupero attraverso questo canale è quintuplicato, ma l’indagine condotta dal Politecnico di Milano dimostra che i margini di crescita sono ancora molto ampi.

La ricerca, presentata in occasione di TuttoFood, ha analizzato un campione di 1.681 imprese della GDO, rilevando che ogni anno vengono donate 48mila tonnellate di prodotti alimentari, per un controvalore di circa 229 milioni di euro. Banco Alimentare, partner territoriale in grado di garantire logistica, tracciabilità e continuità, è l’ente scelto nel 29% dei casi, con una presenza ancora più marcata tra le grandi imprese.

🔍 La “mappa” della donazione: chi dona e chi resta indietro

Uno dei dati più illuminanti dello studio è la forte differenza nel comportamento delle imprese a seconda delle dimensioni. Donare non è una pratica universale: se tra le grandi aziende il 93% ha adottato processi strutturati di recupero, la percentuale scende al 54% tra le medie imprese e al 43% tra quelle piccole. Significa che, nonostante la legge e gli incentivi, quasi sei piccole imprese su dieci non donano, e tra le medie lo fa solo una su due.

La professoressa Paola Garrone, responsabile scientifica del progetto, sottolinea che per le imprese più grandi la donazione è ormai «una decisione consapevole che si traduce in processi strutturati di gestione delle eccedenze, con la definizione di responsabili aziendali, il ricorso regolare alla misurazione e una partnership stabile per il recupero con enti del terzo settore specializzati». Le grandi imprese contribuiscono al 55% della quantità totale donata, con una media di 274 tonnellate l’anno per singola azienda: numeri che raccontano di un’integrazione profonda tra sostenibilità e modello di business.

Perché le piccole e medie imprese faticano? Le ragioni sono molteplici: minore disponibilità di personale dedicato, timore di complicazioni burocratiche, assenza di un partner logistico a cui appoggiarsi, scarsa percezione dei benefici economici. Eppure, come vedremo, basterebbero pochi accorgimenti per far emergere anche in queste realtà un potenziale di recupero oggi interamente sprecato.

💡 I quattro fattori che fanno la differenza

L’analisi statistica condotta dalla Fondazione per la Sussidiarietà, sotto la guida del presidente Giorgio Vittadini, ha isolato le variabili che più influenzano la propensione a donare in modo continuativo. I risultati sono di una chiarezza sorprendente e offrono alle imprese una vera e propria “cassetta degli attrezzi” per avviare o rafforzare il recupero.

  1. Comunicazione facile con gli enti beneficiari 🤝
    Quando il dialogo tra punto vendita e organizzazione non profit è snello, la probabilità che l’impresa doni con continuità aumenta di circa 13-14 punti percentuali. La capacità di concordare orari di ritiro certi, di segnalare in tempo reale la disponibilità di merce, di adattarsi alle esigenze reciproche trasforma la donazione da evento sporadico a flusso regolare.
  2. Manager aziendale dedicato al surplus alimentare 👩💼
    Avere una figura interna formalmente incaricata della gestione delle eccedenze fa crescere la propensione alla donazione di circa 8 punti percentuali. Questo ruolo non solo coordina gli aspetti operativi, ma diventa il custode di una strategia che misura, monitora e migliora continuamente i processi, contribuendo agli obiettivi di sostenibilità aziendale.
  3. Prossimità territoriale dell’ente che riceve 📍
    La vicinanza geografica tra donatore e beneficiario si traduce in minori costi di trasporto, minore impatto ambientale della logistica e, non ultimo, maggior continuità delle donazioni. Le partnership di quartiere, con associazioni e parrocchie raggiungibili in pochi minuti, rendono il recupero agile e quotidiano.
  4. Motivazioni profonde, non di facciata 🌱
    Un dato che invita a riflettere: quando la scelta di donare è guidata prevalentemente dall’obiettivo di migliorare la reputazione aziendale (un comportamento che i ricercatori definiscono opportunistico), le donazioni tendono a essere meno durature. Al contrario, le imprese che donano da oltre dieci anni o che presentano un tasso di donazione superiore al 3% considerano questa pratica come «parte integrante dell’identità della loro azione imprenditoriale». In altre parole, la sostenibilità autentica non è uno spot pubblicitario, ma un pezzo del DNA organizzativo.

💰 Donare conviene: la sostenibilità economica del recupero

Uno dei passaggi più importanti della ricerca – e spesso frainteso – è che la donazione può rappresentare una scelta economicamente razionale, soprattutto quando i prodotti rischiano di rimanere invenduti o richiedono forti sconti per essere collocati sul mercato. In molte circostanze, il costo della distruzione (smaltimento, trasporto in discarica, tasse ambientali) supera il costo della donazione, specialmente se si può contare su un partner logistico che ritira la merce in modo efficiente.

Consideriamo un lotto di yogurt in scadenza a due giorni. Il supermarket potrebbe applicare uno sconto del 50%, ma se non dovesse venderlo, andrebbe comunque incontro ai costi di smaltimento. Donandolo, invece, evita quei costi, beneficia delle agevolazioni previste dalla Legge Gadda e genera un impatto sociale positivo che rafforza la reputazione del marchio. La donazione, in questa prospettiva, non è un costo ma un investimento a ritorno multiplo: ambientale, sociale e, appunto, economico.

Le grandi imprese lo hanno capito da tempo: hanno integrato la donazione nella pianificazione degli acquisti e nella gestione del magazzino, trasformando l’eccedenza da anomalia a risorsa tracciabile. Le medie e piccole imprese, invece, spesso percepiscono ancora la donazione come un onere aggiuntivo, perché manca loro la massa critica per assorbire i costi fissi di un processo strutturato. Ed è qui che entrano in gioco i partner come Banco Alimentare.

🤲 Banco Alimentare: l’infrastruttura che fa da ponte

Con 7.600 organizzazioni partner territoriali convenzionate e circa 1,8 milioni di persone assistite, la rete di Banco Alimentare è il principale alleato della GDO italiana nel recupero delle eccedenze. La Fondazione Banco Alimentare ETS garantisce continuità operativa, efficienza logistica e tracciabilità dei flussi, sollevando le imprese da gran parte delle incombenze burocratiche e distributive.

Il presidente Marco Piuri commenta così i risultati della ricerca: «Questi dati confermano il valore strategico della collaborazione tra Banco Alimentare e la grande distribuzione, ma ci dicono anche che esiste ancora un grande potenziale inespresso. Oggi solo una parte delle eccedenze viene effettivamente donata, mentre registriamo la richiesta dei nostri partner territoriali di ricevere un aiuto alimentare più consistente. Negli ultimi dieci anni, dall’entrata in vigore della legge Gadda, il nostro recupero da questo canale è quintuplicato: un segnale concreto di quanto norme intelligenti e collaborazione tra pubblico e privato possano generare risultati importanti».

Il modello Banco Alimentare mostra come una piattaforma logistica condivisa possa abbattere le barriere che bloccano le piccole imprese: furgoni che ogni giorno percorrono tragitti ottimizzati, celle frigorifere, procedure digitalizzate per la registrazione delle donazioni. L’economia di scala generata dalla rete permette di offrire il servizio a costi contenuti, rendendo la donazione accessibile anche a chi fattura pochi milioni di euro.

🚧 Le barriere da superare per le piccole e medie imprese

Nonostante il contesto normativo favorevole e la presenza di reti di recupero, la metà delle imprese della GDO che oggi non dona si concentra proprio tra le medie e le piccole. Quali sono gli ostacoli principali?

  • Percezione della complessità burocratica: molti piccoli imprenditori temono che la donazione comporti adempimenti difficili da gestire, pur essendo stata enormemente semplificata dalla Legge Gadda.
  • Mancanza di spazio e risorse: un negozio di dimensioni ridotte fatica a tenere separate le eccedenze e a conservarle in modo idoneo fino al ritiro.
  • Assenza di un referente interno: senza una figura che si occupi del surplus, la donazione viene spesso trascurata nelle attività quotidiane.
  • Limitata conoscenza dei partner disponibili: non tutti sanno che esistono enti pronti a ritirare la merce a costo zero o quasi.

Eppure la ricerca mostra che, quando questi ostacoli vengono rimossi – ad esempio con un semplice accordo di ritiro con una Onlus del quartiere – la probabilità di donare con continuità cresce in modo deciso. La chiave, quindi, non è l’ennesimo incentivo economico, ma un’informazione capillare e un accompagnamento pratico che riduca la “fatica” percepita della donazione.

🎯 Obiettivi europei al 2030: la donazione come leva strategica

L’Unione Europea ha fissato un traguardo ambizioso: ridurre lo spreco alimentare del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. Per raggiungerlo, non basterà agire solo a valle, con il recupero e la donazione; servirà ripensare l’intera filiera, dall’agricoltura alla logistica, dalla distribuzione fino alle nostre case. Tuttavia, la donazione delle eccedenze della GDO rappresenta una leva immediata, misurabile e ad alto impatto sociale.

Attualmente, le 48mila tonnellate recuperate sono solo una frazione del surplus complessivo generato dalla grande distribuzione italiana. La ricerca non quantifica il totale delle eccedenze, ma è plausibile che se tutte le imprese donassero – e lo facessero con processi strutturati – il volume potrebbe facilmente raddoppiare, avvicinandosi alle 100mila tonnellate annue. Ciò significherebbe quasi mezzo miliardo di euro di valore donato, un milione di tonnellate di CO₂ equivalente risparmiate (considerando l’impronta media del cibo), e un aiuto concreto per centinaia di migliaia di persone in più.

Per il sistema Paese, investire nella donazione alimentare non è solo una politica sociale, ma una strategia di sicurezza alimentare e di decarbonizzazione. I comuni che riducono i rifiuti organici vedono diminuire i costi di raccolta e smaltimento; le aziende che donano migliorano il proprio rating di sostenibilità e l’accesso a finanziamenti ESG; le comunità locali rafforzano la coesione sociale.

🧭 Una nuova cultura d’impresa: dalla reputazione all’identità

La vera svolta, sostiene la ricerca, è culturale. Le imprese che donano da più di un decennio non lo fanno perché “conviene” nel breve periodo, ma perché considerano il recupero parte integrante della loro missione. Questo cambio di prospettiva si traduce in scelte organizzative precise: assumere un manager della sostenibilità, fissare obiettivi annuali di riduzione dello spreco, rendicontare pubblicamente i risultati, coinvolgere i dipendenti in iniziative di volontariato con il Banco Alimentare.

Quando la donazione diventa identità, i comportamenti opportunistici scompaiono. Non si dona per ottenere un articolo positivo sul giornale, ma perché “si è fatta una scelta di campo”. E questa scelta produce effetti a cascata: i fornitori sono incoraggiati a loro volta a ridurre gli sprechi a monte, i consumatori diventano più consapevoli, i dipendenti si sentono orgogliosi del proprio lavoro. Lo studio della Fondazione per la Sussidiarietà lo riassume in modo netto: le motivazioni profonde generano donazioni durature, mentre quelle legate esclusivamente alla reputazione portano a pratiche discontinue, che si interrompono alla prima difficoltà.

Per i decisori aziendali, il messaggio è chiaro: investire in un modello di donazione strutturato non è un costo ma una scelta di posizionamento competitivo. In un mercato dove i consumatori premiano sempre di più le aziende sostenibili, la trasparenza sul recupero delle eccedenze diventa un asset di brand.

🛠️ Raccomandazioni pratiche per imprese, istituzioni e terzo settore

Alla luce di questi risultati, ecco alcune proposte concrete per accelerare il recupero alimentare nella GDO.

Per le imprese

  • Nominare un food waste manager anche in aziende di medie dimensioni, magari a tempo parziale, con l’obiettivo di misurare, ridurre e donare le eccedenze.
  • Mappare le Onlus attive nel raggio di pochi chilometri e avviare partnership di prossimità, partendo da accordi semplicissimi per i prodotti da forno e l’ortofrutta.
  • Integrare la donazione nei software gestionali, così da automatizzare la segnalazione delle eccedenze e la stampa dei documenti per la Legge Gadda.
  • Comunicare l’impegno in modo trasparente nei bilanci di sostenibilità, evitando il greenwashing e puntando su dati verificabili.

Per le istituzioni

  • Rafforzare le campagne di informazione presso le piccole imprese, utilizzando le associazioni di categoria per diffondere guide pratiche e modelli di convenzione.
  • Prevedere premialità per le aziende virtuose, ad esempio con una riduzione della TARI legata alla quantità di cibo donato e sottratto allo smaltimento.
  • Sostenere la digitalizzazione delle reti di recupero, finanziando piattaforme che mettano in contatto in tempo reale donatori e beneficiari.

Per il terzo settore

  • Continuare a investire in logistica, mezzi refrigerati e formazione dei volontari per garantire ritiri flessibili e rispettosi delle norme igieniche.
  • Offrire alle imprese report periodici sull’impatto sociale generato, traducendo le tonnellate donate in pasti equivalenti, famiglie raggiunte, CO₂ risparmiata.

Oltre il recupero: un patto per il futuro

Il recupero delle eccedenze alimentari è solo l’ultimo anello di una catena che dobbiamo ridisegnare. Prevenire lo spreco a monte, con una migliore programmazione degli acquisti, porzioni adeguate e una logistica just-in-time, resta la priorità assoluta. Ma nel frattempo, ogni giorno, tonnellate di cibo buono rischiano di finire tra i rifiuti mentre milioni di persone faticano a fare la spesa. La donazione non è un tappabuchi, è la dimostrazione che economia e solidarietà possono camminare insieme, generando valore per tutti.

Le 48mila tonnellate recuperate, i 229 milioni di euro di valore, le 7.600 organizzazioni che ogni giorno bussano alla porta della GDO raccontano di un Paese che ha saputo costruire un’infrastruttura di recupero unica, fatta di fiducia, efficienza e visione. Ora la sfida è allargare questa infrastruttura all’altra metà delle imprese, rendendo la donazione semplice, conveniente e normale.

Come esperto di sostenibilità ambientale, credo che la vera frontiera non sia fare qualcosa in più, ma farlo tutti. L’obiettivo europeo del -30% di spreco alimentare al 2030 non si raggiungerà con l’eccezionalità di pochi, ma con la quotidianità di molti. Ogni supermercato, ogni discount, ogni negozio di vicinato può diventare un nodo di una rete che nutre le persone e rispetta il Pianeta.E allora, la prossima volta che vedrete un volontario caricare cassette di pane e verdure sul furgone alle otto di sera, ricordatevi che lì non c’è solo un gesto di carità. C’è un’azienda che ha scelto di non sprecare, una legge che rende tutto più semplice, un’organizzazione che trasforma la logistica in solidarietà e, forse, un pezzetto del futuro che vogliamo costruire. 🛒♻️💚

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