
Il giorno in cui l’Italia ha smesso di illudersi
Era il 28 aprile 2026. Il Corriere della Sera pubblicò un titolo che, per chi studia lo sviluppo sostenibile da anni, suonò come un campanello d’allarme: “Povertà, acqua, ambiente: l’Italia delude sulla sostenibilità”. Dentro c’era una fotografia cruda: 6 SDGs peggiorati, criticità su clima, salute, energia, ma una crescita in economia circolare e innovazione.
Non era una sorpresa, ma la conferma che l’Italia viaggia su due binari opposti. Da un lato c’è un paese che inventa nuove filiere del riciclo, taglia sprechi e risparmia miliardi grazie all’economia circolare. Dall’altro c’è un paese che non riesce a garantire acqua potabile a tutti, che vede la povertà assoluta stabilizzarsi intorno al 9,7% e che scivola anno dopo anno nelle classifiche globali sulla lotta al clima. 🇮🇹⚖️
L’analisi che segue nasce dalla fusione tra il Rapporto SDGs 2025 dell’Istat (giunto alla sua ottava edizione) e il più recente Rapporto ASviS 2025. Ho incrociato dati aggiornati al primo semestre 2026, report dell’ISPRA, del WWF, di Germanwatch e le proiezioni economiche del Politecnico di Milano. L’obiettivo è chiaro: capire come un paese capace di eccellere nell’economia circolare possa, allo stesso tempo, fallire su obiettivi fondamentali come la riduzione della povertà, la resilienza climatica e la salute pubblica.
Se sei un imprenditore, un policymaker, un giornalista o semplicemente un cittadino che vuole capire dove sta andando (e dove no) l’Italia della sostenibilità, questo articolo fa per te. 👇
Il quadro generale: l’Italia a due velocità
Secondo l’ottava edizione del Rapporto SDGs Istat 2025, oltre il 50% delle misure statistiche analizzate mostra un miglioramento nell’ultimo anno, e più del 60% presenta una dinamica positiva su base decennale. Ma c’è un rovescio: circa un quarto delle misure peggiora, mentre il 20% ristagna da anni.
L’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) è ancora più severa. Nel suo Rapporto 2025, l’organismo sottolinea che, a livello globale, solo il 18% dei target SDGs sarà raggiunto entro il 2030. Per l’Italia la situazione è drammatica: appena il 29% dei target nazionali è a portata di mano, con arretramenti soprattutto su povertà, disuguaglianze e protezione ambientale.
Il risultato? Mentre l’Italia si posiziona sopra la media UE in 5 Goal (soprattutto legati alla transizione verde), resta sotto la media europea in ben 11 Goal, in particolare quelli sociali.
Questo divario tra eccellenza “verde” e arretratezza “sociale” è ciò che rende l’Italia un caso di studio unico in Europa.
I 6 SDGs peggiorati: dove l’Italia ha perso la bussola
Secondo i rapporti incrociati (Istat 2025 e ASviS 2025), i 6 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile in netto peggioramento rispetto al 2010 sono:
- Povertà zero (povertà assoluta e rischio esclusione sociale)
- Salute e benessere (spesa sanitaria, aspettativa di vita in salute)
- Acqua pulita e servizi igienico-sanitari (disponibilità idrica, qualità dell’acqua)
- Lotta contro il cambiamento climatico (emissioni, politiche climatiche)
- Vita sulla terra (consumo di suolo, biodiversità)
- Pace, giustizia e istituzioni solide (corruzione, efficienza della PA)
Vediamoli uno per uno, con i dati più aggiornati.
Povertà: un’emergenza silenziosa
I dati Istat più recenti (aprile 2026) raccontano un miglioramento solo apparente. Nel 2025 la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6% (dal 23,1% del 2024). Ma è la povertà assoluta – l’incapacità di acquistare beni essenziali – a preoccupare: stabile al 9,7% delle famiglie, ovvero oltre 2,2 milioni di famiglie.
Il dettaglio è ancora più amaro. Tra le famiglie monogenitore il tasso sale al 31,6%, tra le coppie con tre o più figli al 30,6%. E se si guarda alla cittadinanza, nelle famiglie con almeno uno straniero il rischio di povertà o esclusione sociale tocca il 41,5%.
Morale della favola: l’Italia non è riuscita a ridurre la povertà assoluta in modo strutturale. Il reddito medio familiare reale è ancora inferiore del 4,9% rispetto al 2007. Quasi due decenni persi.
Salute: il Servizio Sanitario Nazionale sotto pressione
Se c’è un Goal che dovrebbe essere intoccabile in un paese civile, è la salute. E invece i numeri parlano chiaro.
La spesa sanitaria italiana in rapporto al PIL è destinata a scendere dal 6,04% del 2025 al 5,93% nel 2028. Un valore lontanissimo dalla media europea e dagli standard dell’OCSE. Il Fondo Sanitario Nazionale cresce a malapena, e i tagli programmati rischiano di ridurre i livelli essenziali di assistenza (LEA), soprattutto al Sud.
A ciò si aggiunge una carenza cronica di personale: lo stesso documento parlamentare che approva il bilancio per il triennio 2026-2028 stanzia risorse per assunzioni in deroga, ma i sindacati parlano di aumenti salariali insufficienti (da 48 euro mensili nel 2025 a 145 euro a regime dal 2027).
In pratica: meno medici, più liste d’attesa, una sanità che si avvia verso la “medicina a due velocità” – privato per chi può, pubblico ridotto per chi resta. E questo mentre la popolazione invecchia e le patologie croniche aumentano. Un mix esplosivo.
Acqua: 13 miliardi di euro all’anno buttati via
La crisi idrica italiana è strutturale, e i numeri la raccontano meglio di mille parole.
Nel 2025 si sono verificati oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense e 139 allagamenti urbani. Allo stesso tempo, le risorse idriche totali sono calate del 9% rispetto al 2024. In pratica: piove tanto ma male, con nubifragi concentrati che non ricaricano le falde e creano solo danni.
Il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua ha calcolato il conto: 13,4 miliardi di euro all’anno, pari a 227 euro pro capite (il doppio della media europea). Un costo che assorbe circa il 2% del PIL nazionale, secondo le stime di The European House – Ambrosetti.
E l’inverno 2025-2026, nonostante piogge abbondanti, non ha risolto il problema. Come spiega il WWF Italia, “questo schema ‘pioggia intensa ma non diffusa nel tempo’ caratterizza la crisi climatica nell’area del Mediterraneo”.
Il risultato? Un paese che spreca acqua (perdite di rete tra il 35% e il 40% in alcune regioni), che non investe in manutenzione e che paga ogni anno un conto salatissimo.
Clima: 46° posto mondiale e politica inadeguata
Ecco forse il dato più imbarazzante. Nel Climate Change Performance Index (CCPI) 2026 (presentato a Belém durante la COP30), l’Italia è scivolata al 46° posto mondiale, perdendo tre posizioni rispetto all’anno prima.
Era 29ª nel 2022. Oggi è superata da Algeria e Cipro. La classifica non premia nessuno (i primi tre posti sono vuoti perché nessun paese fa abbastanza), ma l’Italia batte un record negativo: 58° posto su 63 nella sottoclassifica della politica climatica.
Germanwatch, l’ong tedesca che produce l’indice, è lapidaria: “la Penisola paga lo scotto di una politica climatica nazionale fortemente inadeguata a fronteggiare l’emergenza climatica”.
E ancora: il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) prevede una riduzione delle emissioni del 44,3% entro il 2030 (49,5% con gli assorbimenti), ben lontana dall’obiettivo europeo del 55%. E le rinnovabili? Nel 2023 coprivano appena il 19,6% dei consumi lordi, mentre il PNIEC chiede il 39,4% al 2030.
In sintesi: siamo indietro e andiamo ancora più indietro.
Le luci: economia circolare, innovazione e rinnovabili
Fortunatamente non tutto è nero. L’Italia eccelle dove pochi in Europa riescono a fare altrettanto.
Economia circolare: la superpotenza inaspettata
L’economia circolare italiana è seconda solo ai Paesi Bassi in Europa, con un indice di circolarità di 65,2 punti (+5 punti dal 2010).
Cosa significa in pratica? Che l’Italia ricicla e riusa le materie prime con un’efficienza doppia rispetto alla media UE. Il tasso di utilizzo circolare delle materie prime è al 20,8%, quasi il doppio del 10,9% della media europea. E per ogni kg di risorse consumate, l’Italia genera 4,3 euro di PIL, mentre nell’UE la media è di 2,7 euro.
Dal punto di vista economico, l’economia circolare ha prodotto 18,3 miliardi di euro di risparmio annuo nel 2025, pari al 15% del potenziale complessivo stimato per il 2030 (119 miliardi).
Il tasso di riciclo dei rifiuti urbani è salito dal 39,9% al 50,8% in dieci anni, avvicinandosi all’obiettivo UE del 60% entro il 2030. E la digitalizzazione della filiera del riciclo (dai sistemi di tracciabilità blockchain ai nuovi materiali rigenerati) sta creando una nuova generazione di green jobs.
Come ha dichiarato Lara Ponti, Vicepresidente di Confindustria per la Transizione Ambientale: “Per le imprese, l’economia circolare è oggi una leva strategica per efficienza”.
Non è più una scelta di coscienza. È un vantaggio competitivo.
Innovazione: il passo avanti del sistema manifatturiero
L’Italia è 30° su 47 paesi nel Global Innosystem Index 2025 – non un gran risultato, ma in miglioramento. E nel dettaglio, il sistema produttivo mostra segnali incoraggianti.
Il progetto MICS (Made in Italy Circolare e Sostenibile) ha selezionato 10 progetti innovativi su 264 candidature, con idee che vanno dalle sneaker modulari e completamente disassemblabili ai materiali compositi da riciclo post-industriale.
La regione Lombardia è la più innovativa d’Italia (16° nelle 242 regioni europee), seguita da Lazio ed Emilia-Romagna. Ma il divario Nord-Sud resta drammatico: la Calabria è al 228° posto.
Secondo il TEHA Group, se l’Italia investisse di più in istruzione STEM, ricerca e digitalizzazione, potrebbe guadagnare 12 posizioni nella classifica entro il 2040, aumentando il PIL del 20,6%. Un potenziale enorme.
Energie rinnovabili: un record e tanti ritardi
C’è un dato che fa ben sperare. Nel 2025 le energie rinnovabili hanno coperto il 48% della generazione elettrica italiana.
Un balzo notevole, frutto degli investimenti su solare fotovoltaico, eolico e idroelettrico. Tuttavia, il ritmo di installazione di nuovi impianti è rallentato del 6% nel 2025, frenato da iter autorizzativi farraginosi e resistenze locali.
E c’è un paradosso: mentre le rinnovabili crescono, la produzione di energia da gas fossile continua a tenere banco, perché il PNIEC è ancora troppo debole nel fissare una data di uscita dal gas. Il rischio? Sostituire il gas russo con il gas algerino o azero, spostando il problema senza risolverlo.
L’obiettivo del 39,4% di consumo da fonti rinnovabili entro il 2030 (PNIEC) richiederebbe un ritmo di crescita quattro volte superiore a quello attuale. Serve una svolta.
Il paradosso italiano: come si spiega?
Come è possibile che lo stesso paese sia leader europeo nell’economia circolare e fanalino di coda su povertà, salute e clima?
La risposta è complessa, ma possiamo individuare tre fattori chiave:
- Mancanza di una strategia integrata. Le politiche ambientali e quelle sociali viaggiano su binari separati. L’Italia ha eccellenti leggi sul riciclo e sui rifiuti, ma non ha una legge quadro sulla povertà energetica o una strategia nazionale per l’adattamento climatico.
- Frammentazione territoriale. Mentre il Nord produce innovazione e riciclo su scala industriale, il Sud soffre per la carenza di infrastrutture idriche, la disoccupazione giovanile e la minore copertura sanitaria. La sostenibilità senza equità territoriale non è sostenibile.
- Cicli politici brevi. I governi italiani sono durati in media poco più di un anno nell’ultimo decennio. L’economia circolare è un investimento a lungo termine (ogni euro investito nel riciclo ne restituisce 4,3 in PIL), ma le politiche sociali e sanitarie hanno bisogno di orizzonti decennali. Chi ha il coraggio di tagliare le emissioni di gas serra sapendo che il beneficio si vedrà tra 20 anni? Ecco perché i voti contano più della scienza.
Cosa si può fare? Le 5 proposte operative
Sulla base dei rapporti Istat e ASviS, e dopo aver consultato esperti del settore, ecco cinque azioni concrete per trasformare l’Italia in un paese realmente sostenibile.
Trasformare l’economia circolare in occupazione inclusiva
L’economia circolare italiana vale 18,3 miliardi di risparmio annuo. Una parte di questi risparmi va reinvestita nella formazione professionale per i disoccupati e per le aree più povere. Il modello di “circolarità inclusiva” (riciclo manuale, riuso creativo, riparazione) può creare posti di lavoro a bassa qualificazione ma ad alta ricaduta sociale.
Un piano Marshall per l’acqua
Con un costo di 13 miliardi l’anno dovuto a perdite di rete e danni da alluvioni, l’Italia può permettersi di non investire? No. Servono:
- Un programma decennale di manutenzione e digitalizzazione delle reti idriche, finanziato con i fondi del PNRR e del Fondo Investimenti UE.
- Agricoltura di precisione e sistemi di irrigazione a goccia alimentati da fonti rinnovabili.
- Una tariffa idrica che premi il risparmio e punisca gli sprechi, con fasce di esenzione per le famiglie povere.
Una politica climatica ambiziosa e credibile
L’Italia non può permettersi di essere al 46° posto mondiale. Servono:
- Un PNIEC aggiornato con target intermedi vincolanti, non solo slogan.
- Una legge nazionale sul clima che fissi la neutralità carbonica al 2045 (anziché 2050) e istituisca un Comitato Indipendente per il Clima.
- Un piano di dismissione delle centrali a carbone entro il 2028 e del gas fossile entro il 2035, con una tabella di marcia chiara.
Sanità pubblica come priorità costituzionale
La salute non è una spesa, è un investimento. Occorre:
- Portare la spesa sanitaria al 7,5% del PIL entro il 2030, in linea con la media OCSE.
- Reclutare 40.000 nuovi medici e 60.000 infermieri entro il 2030, sbloccando il turn over e rendendo più attrattivo il servizio pubblico.
- Potenziare la prevenzione, con screening diffusi e campagne nazionali per la salute mentale.
Una legge sulla povertà zero
L’attuale Reddito di Cittadinanza (o le sue varianti) non ha risolto il problema. Serve:
- Un reddito minimo garantito strutturale, finanziato con una tassa sulla plastica non riciclata e sulle emissioni di CO2.
- Un piano nazionale per le politiche abitative (l’affitto assorbe oltre il 40% del reddito delle famiglie povere).
- Formazione professionalizzante obbligatoria per i percettori di sostegno, legata ai settori dell’economia circolare e delle energie rinnovabili.
Il bivio del 2026
L’Italia del 2026 è un paese spaccato in due. Da un lato abbiamo il campione europeo dell’economia circolare – 18,3 miliardi di risparmio, 50,8% di riciclo urbano, tasso di utilizzo delle materie prime seconde che è il doppio della media UE. Dall’altro lato c’è un paese che arretra su povertà, salute, acqua e clima, con 6 SDGs peggiorati e una classe dirigente che, troppo spesso, preferisce la rendita elettorale di breve termine all’investimento sul futuro.
Ma c’è una notizia positiva. I due binari possono convergere. L’economia circolare, le rinnovabili al 48% della generazione elettrica, l’innovazione manifatturiera e la digitalizzazione sono le leve giuste. Se utilizzate con intelligenza – e con una visione integrata che metta al centro la persona e il territorio – queste eccellenze possono generare le risorse per colmare i divari sociali e ambientali.
Il 28 aprile 2026 il Corriere della Sera ci ha consegnato una fotografia impietosa. Sta a noi, come società civile, come imprenditori, come elettori e come cittadini, trasformare quella fotografia in una cartina tornasole per il cambiamento. 🌱
La sostenibilità non è un optional. Non è un capitolo del bilancio. È l’unico modo per garantire un futuro abitabile, equo e prospero alle prossime generazioni. L’Italia ha gli strumenti, le competenze e le risorse per farcela. Manca solo la volontà politica collettiva. Speriamo che non sia troppo tardi.
