l’Italia in pole position per lo stoccaggio di CO₂ nello scenario europeo 🌍⛽

L’Italia sta scrivendo un capitolo cruciale della decarbonizzazione. Mentre l’Europa accelera verso la neutralità climatica, il nostro Paese gioca una carta ancora poco raccontata ma potentissima: lo stoccaggio geologico della CO₂. E lo fa partendo da un hub già operativo largo le coste di Ravenna. Non è un esperimento né una promessa, ma un progetto industriale concreto, già premiato a livello internazionale.

Se ancora non ne avete sentito parlare, preparatevi a scoprire perché l’Italia si sta ritagliando un ruolo da protagonista nella carbon sequestration e come questa tecnologia può cambiare le regole del gioco per le emissioni difficili da abbattere.

Cosa significa “carbon sequestration geologica” e perché è così strategica ⛏️💨

Chiariamo subito un punto fondamentale: la carbon sequestration geologica (Carbon Capture and Storage – CCS) non è una scusa per continuare a inquinare, come qualcuno sostiene in modo un po’ troppo semplicistico. È una tecnologia che serve a catturare l’anidride carbonica prodotta da attività industriali (come acciaierie, cementifici o impianti chimici) e a iniettarla in profondità nel sottosuolo, in formazioni rocciose porose e impermeabili, dove rimane intrappolata in modo permanente.

E perché serve?

Il motivo è semplice ma spesso trascurato: ci sono settori industriali dove ridurre le emissioni alla fonte è oggi estremamente difficile, se non impossibile. Parlo del cemento, dell’acciaio, della chimica e della produzione di fertilizzanti. Per queste industrie, chiamate hard-to-abate, non esistono ancora alternative tecnologiche altrettanto efficienti ed economiche. Eppure, in Italia operano circa 700 aziende in questi settori, che contribuiscono al 5% del PIL nazionale e danno lavoro a 1,25 milioni di persone.

La CCS non sostituisce la transizione verso le energie rinnovabili, ma la affianca, intervenendo dove le rinnovabili da sole non possono arrivare. Per questo motivo, organizzazioni come l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), il Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) e l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) considerano la CCS una leva indispensabile per raggiungere gli obiettivi climatici globali, con una stima di capacità di stoccaggio necessaria di 6-7 miliardi di tonnellate di CO₂ all’anno entro il 2050.

Ravenna CCS: numeri da capogiro e una visione da hub mediterraneo 📈

Il progetto Ravenna CCS è sviluppato da Eni (operatore) e Snam attraverso una joint venture, ed è il primo progetto in Italia per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio permanente di CO₂ realizzato esclusivamente per scopi ambientali. Sviluppato in tre fasi, rappresenta il fiore all’occhiello della strategia italiana sulla carbon sequestration. E i numeri parlano chiaro.

La Fase 1 è già operativa dal settembre 2024: cattura e stocca permanentemente circa 25.000 tonnellate di CO₂ all’anno provenienti dall’impianto Eni di trattamento del gas naturale di Casalborsetti, nelle vicinanze di Ravenna, con un’efficienza di abbattimento superiore al 90% (e punte fino al 96%). Il gas viene trasportato attraverso condotte riconvertite e iniettato nel giacimento di gas esaurito di Porto Corsini Mare Ovest, a circa tremila metri di profondità. Nel 2026, questo impianto si è aggiudicato l’IPTC Sustainability Excellence Award, un riconoscimento internazionale che attesta la sua maturità tecnologica e affidabilità operativa.

Ma la Fase 1 è solo l’inizio. La Fase 2, la vera e propria fase industriale, punta a stoccare fino a 4 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno entro il 2030, raccogliendo emissioni non solo di Eni ma anche di altre industrie del territorio (come il termovalorizzatore Hera di Ferrara). Oltre questa data, la capacità potrà crescere fino a superare i 16 milioni di tonnellate annue, sfruttando la capacità totale dei giacimenti, stimata in oltre 500 milioni di tonnellate. L’obiettivo ultimo? Fare di Ravenna il principale hub CCS del Mediterraneo e uno dei più grandi al mondo per lo stoccaggio di CO₂.

L’impegno economico è all’altezza della posta in gioco: il piano strategico 2026-2030 di Snam prevede un investimento di 800 milioni di euro per il progetto Ravenna CCS — 300 milioni in più rispetto al piano precedente — equamente suddivisi tra le infrastrutture di trasporto (gestite da Snam) e quelle di stoccaggio (in partnership con Eni). A livello di sistema, l’intera iniziativa potrebbe generare un valore di circa 30 miliardi di euro e più di 17.000 posti di lavoro tra il 2026 e il 2050, secondo uno studio dell’Università di Padova, dando vita a una vera e propria filiera industriale nazionale della decarbonizzazione.

Il quadro europeo: l’Europa investe, l’Italia è pronta 💶🌍

Il progetto Ravenna non è un’isola felice nel panorama europeo. Anzi, è perfettamente allineato con la strategia comunitaria. L’Unione Europea, attraverso il Net-Zero Industry Act (NZIA), ha fissato un obiettivo vincolante: raggiungere almeno 50 milioni di tonnellate di capacità annua di iniezione di CO₂ entro il 2030. E per la prima volta ha anche definito metodologie di certificazione volontaria per le rimozioni permanenti di carbonio, dando così un quadro normativo chiaro a progetti come Ravenna CCS. Durante la COP30 di Belém, a novembre 2025, gli Stati membri hanno inoltre ratificato l’articolo 6.4 dell’Accordo di Parigi, istituendo un mercato globale dei crediti di carbonio che creerà nuovi sbocchi economici per lo stoccaggio.

Guardando ai nostri vicini, la Norvegia è il vero pioniere con il progetto Northern Lights, già operativo dal 2025 e in fase di espansione verso una capacità di oltre 5 milioni di tonnellate all’anno. I Paesi Bassi seguono a ruota con Porthos, nel porto di Rotterdam, che prevede di stoccare 2,5 milioni di tonnellate l’anno a partire dal 2026. Nel Regno Unito si stanno muovendo con i cluster HyNet e East Coast, puntando a raggiungere 4-5 milioni di tonnellate annue entro il 2028. Il Sud Europa, però, è ancora meno dotato di infrastrutture di stoccaggio, e Ravenna può colmare questo vuoto strategico.

Tuttavia, i dati mostrano anche una sfida: secondo un’analisi di Wood Mackenzie, l’Europa rischia di raggiungere solo 28,5 milioni di tonnellate di capacità di iniezione entro il 2030, molto lontana dall’obiettivo NZIA. In questo contesto, la prontezza e la scalabilità di progetti come Ravenna CCS diventano un vantaggio competitivo enorme per l’Italia — e un’opportunità per attrarre investimenti esteri nel nostro Paese.

Le voci critiche: rischi, incertezze e vere sfide aperte 🧐⚠️

Un articolo che si rispetti non può ignorare le critiche. Perché la CCS, nonostante i suoi sostenitori, ha anche oppositori decisi e motivati. Già nel 2021, una cinquantina di scienziati firmarono una lettera di protesta contro il progetto Ravenna CCS (allora non ancora operativo), mettendo in dubbio l’efficacia della tecnologia e il rischio che diventasse una “foglia di fico” per continuare a usare combustibili fossili. Oggi, associazioni come Greenpeace, Legambiente e ReCommon continuano a denunciare i potenziali rischi geologici e la mancanza di garanzie a lungo termine sulla tenuta dei giacimenti.

Un atto ispettivo presentato a marzo 2026 da Rete civica (Marco Mastacchi ed Elena Ugolini) chiede di valutare i rischi geologici, geostrutturali e sismici connessi allo stoccaggio di CO₂ nei fondali davanti a Ravenna, nonché i potenziali impatti sulle coltivazioni DOP, DOC e IGP attraversate dai nuovi gasdotti. Il timore è che, in caso di terremoto o di cedimento delle rocce, grandi quantità di CO₂ possano fuoriuscire improvvisamente, con conseguenze disastrose per l’ambiente e la salute.

Le voci critiche sollevano anche un problema di efficacia complessiva: uno studio dell’Ieefa del 2022, citato da The Guardian, ha analizzato 13 grandi progetti CCS mondiali, constatando che sette hanno performato meno del previsto, due hanno completamente fallito e uno è stato sospeso. Inoltre, la tecnologia rimane costosa e complessa, e non tutti i giacimenti sono ugualmente sicuri.

A queste obiezioni, i proponenti rispondono che Ravenna si basa sullo sfruttamento di giacimenti di gas esauriti già conosciuti e studiati per decenni — non si stanno perforando nuove rocce alla cieca. Inoltre, il monitoraggio sismico e geochimico continuo (come quello già avviato nel febbraio 2026 dalla società Lighthouse Geo) è parte integrante del piano di gestione ambientale. Sull’efficacia, rivendicano il premio IPTC e i risultati concreti: un abbattimento di CO₂ superiore al 90% già raggiunto nella Fase 1.

E poi c’è un’altra verità, spesso sottaciuta: senza CCS, molte industrie hard-to-abate italiane rischiano la delocalizzazione verso Paesi con normative climatiche meno stringenti (il fenomeno del “carbon leakage”), con perdita di posti di lavoro e un aumento netto delle emissioni globali. La CCS non è una panacea, ma in assenza di alternative praticabili oggi, rappresenta un male minore.

Cosa possiamo aspettarci: il 2027 come anno della decisione finale 🔮🏭

L’attuazione su larga scala del progetto Ravenna non è ancora totalmente definita. La decisione finale sugli investimenti (Final Investment Decision – FID) per la Fase 2 è prevista entro il 2027, subordinata a rendimenti adeguati e a un contesto normativo e legislativo favorevole. Nel frattempo, il governo italiano ha concesso le autorizzazioni ambientali necessarie per i gasdotti e le infrastrutture, e il progetto è stato incluso nella lista dei Progetti di Interesse Comune (PCI) della Commissione Europea, beneficiando di un inquadramento prioritario.

Se la FID sarà positiva, entro il 2030 Ravenna potrà diventare il principale hub di stoccaggio del Mediterraneo, attirando emissioni non solo dalle regioni del Nord Italia ma potenzialmente anche da Paesi vicini privi di adeguate capacità geologiche. In uno scenario più ambizioso, già dal 2028 potremmo vedere le prime CO₂ importate via nave dal Nord Europa, utilizzando le infrastrutture portuali di Ravenna. Parallelamente, stanno emergendo anche progetti complementari significativi, come il Gruppo Hera e Saipem che hanno sviluppato un piano di cattura della CO₂ per i termovalorizzatori (finanziato dall’EU Innovation Fund per quasi 24 milioni di euro), dimostrando che l’interesse per la CCS va ben oltre i big del petrolio.

Il 2027 sarà insomma uno snodo cruciale, perché non solo l’Italia ma tutta l’Europa capirà se la carbon sequestration potrà davvero diventare un pilastro industriale della transizione ecologica o resterà una bella promessa tecnologica parzialmente disattesa.

L’Italia può davvero vincere la sfida della carbon sequestration? 🏆🔚

Oggi l’Italia ha dalla sua un mix unico: una conoscenza geologica profonda dei giacimenti dell’Adriatico (eredità di decenni di estrazione di gas), una filiera industriale capace di realizzare infrastrutture complesse e un quadro normativo comunitario che spinge in questa direzione. Se la Fase 2 di Ravenna CCS procederà come previsto, a fine decennio l’Italia sarà il punto di riferimento del Mediterraneo per lo stoccaggio geologico, affiancandosi ai grandi hub del Nord Europa e attirando investimenti esteri.

Ma la sfida non è solo tecnologica. È politica, culturale ed economica. Servono risposte chiare ai legittimi interrogativi sulla sicurezza geologica, serve trasparenza sui costi e sui finanziamenti, serve un dialogo aperto con i territori e le comunità locali. E, forse più di ogni altra cosa, serve la consapevolezza che la CCS è parte di una strategia più ampia — non una scorciatoia per evitare la transizione, ma uno strumento per rendere possibile ciò che altrimenti sarebbe impossibile.

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